MammaSingle
Ciao,
questa è una piccola comunità, le uniche regole che abbiamo sono state scelte da noi utenti per salvaguardare la nostra sicurezza.

Le regole le trovi in questa sezione: http://mammasingle.4umer.com/aiuto-ed-info-sul-forum-ecc-ecc-f1/ e sempre qui puoi postare le tue domande.

Saremo liete di accoglierti tra noi se avrai la gentilezza di presentarti nella sezione apposita che trovi qui: http://mammasingle.4umer.com/le-presentazioni-qui--f3/

Ti aspettiamo
www.mammasingle.org
Ultimi argomenti
» Un po' di me...
Sab Gen 31, 2015 12:06 pm Da Azzurra

» Ciao a tutte guardate questo video
Ven Nov 21, 2014 12:17 pm Da sofiasoul

» aiuto per il cellulare
Gio Ott 02, 2014 8:51 am Da polletta

» gruppo Facebook tra amiche
Sab Set 20, 2014 6:19 pm Da marianna83

» *** il blog di MAMMASINGLE cerca collaboratrici - IMPORTANTE ***
Dom Mar 23, 2014 10:16 pm Da Megasilvia76

» ma che disastro!!
Ven Mar 14, 2014 12:01 am Da singlechiara

» stramilanino 23 marzo
Mer Mar 12, 2014 11:55 am Da laurag

» rapporto padri-figli
Sab Mar 01, 2014 12:47 am Da ladyty

» cerco mamma single per scuse
Mer Feb 12, 2014 7:56 pm Da pititikka

Navigazione
Forum
 Lista utenti
 Profilo
 FAQ
 Cerca
Cerca
 
 

Risultati secondo:
 


Rechercher Ricerca avanzata

Migliori postatori
Azzurra (15882)
 
creiiammon (12474)
 
hesaurita (11961)
 
Solonoi (10772)
 
pititikka (10094)
 
Maria Teresa (9953)
 
Simy (6522)
 
bbrana (4791)
 
FRAN (4469)
 
polletta (4445)
 


Articolo interessante

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso

Articolo interessante

Messaggio Da lorenza il Mer Ott 24, 2012 9:50 pm

Copio e incollo un interessante articolo letto su una rivista dell'associazione buddista Soka Gakkai "Buddismo e società", intitolato "La famiglia creativa", chi risponde all'intervista è un neuropsichiatra infantile Maurizio Andolfi nonchè psicoterapeuta della famiglia:




Buddismo e Società n.99 luglio agosto 2003
Intervista a Maurizio Andolfi
Neuropsichiatra infantile, psicoterapeuta della famiglia
Una famiglia creativa
di Maria Lucia De Luca


Pioniere della terapia familiare in Italia fin dai primi anni Settanta, Maurizio Andolfi continua a essere un innovatore e un rivoluzionario. Fondatore della psicologia relazionale, ne utilizza i fondamenti non solo all’interno della psicoterapia ma anche come sistema di mediazione culturale nell’ambito di problematiche come quelle dell’immigrazione e dei senzatetto.
Punto chiave del suo approccio teorico e metodologico è l’idea di famiglia come sistema dinamico dove i diversi fattori di cambiamento, intesi come evoluzione dei singoli individui e del gruppo familiare nella sua totalità, contribuiscono a un progressivo avanzamento nel tempo verso nuovi stadi di sviluppo e di crescita.
Una famiglia in trasformazione, piena di problemi, di sofferenze, di contraddizioni, ma ricca anche di tutte le qualità per migliorare. Spesso a partire dagli elementi apparentemente più deboli, i bambini, che Andolfi considera maestri di vita.
«Al di là dei miei maestri ufficiali – scrive in una sua autobiografia – credo che gli insegnamenti più importanti mi siano giunti dai pazienti psicotici e dai bambini. In fondo in entrambi esiste ben vivo il pensiero magico che è la strategia migliore per fare e disfare la realtà in situazioni di pericolo e di cambiamento. Se gli psicotici mi hanno aiutato ad apprendere il linguaggio dell’irrazionalità, i bambini sono stati fondamentali per mantenere sempre vivo in me lo stupore e la curiosità per tutto quello che ci circonda».

Professore, lei parla della famiglia come di un luogo in cui possono nascere traumi e problemi, ma dove è allo stesso tempo possibile individuare le risorse per superarli… La sua idea di un sistema che trova dentro di sé la “guarigione” è molto vicina al Buddismo. Come è arrivato al concetto di famiglia “autoterapeutica”?
È stata molto importante la mia esperienza a New York negli anni Settanta, dove ero arrivato subito dopo la specializzazione in Neuropsichiatria infantile. Qui ho incontrato pionieri della terapia familiare come Nathan Ackerman, Sal Minuchin, Jay Haley, e in seguito Carl Whitaker, tutti appartenenti al pensiero sistemico che considera la famiglia come un sistema autocorrettivo, stabilmente collegato e organizzato. Da tali incontri è scaturita in me la ferrea convinzione che è un grave errore e spesso un danno osservare un bambino staccandolo dalle connessioni affettive e relazionali con la sua famiglia. Mi ha fortemente influenzato anche la mia formazione psicoanalitica presso la Karen Horney Clinic di New York, improntata a una visione molto positiva, costruttiva, dello sviluppo dell’individuo.
Oggi, invece, i giovani psicologi sono formati a vedere tutto in termini di psicopatologia e quindi di malattia. Non inquadrano i problemi in una cornice ecologica, positiva. Evidentemente anche i professori hanno la tendenza a far capire che la parte più seducente, più attrattiva di questo mestiere è il malessere, che non viene visto come una forma esistenziale inevitabile ma come patologia.
Un altro elemento è costituito dal mio “ingresso” nella famiglia attraverso il bambino. I bambini, anche nelle situazioni più disgregate, più difficili, ti offrono sempre una prospettiva positiva. È infatti raro, se non li abbiamo rovinati noi grandi, che non portino una visione di speranza, di cambiamento.
Poi l’esperienza di tanti errori… Quando facevamo terapia familiare qui a Roma nel 67-68 e le famiglie si rivolgevano a noi come ultima speranza, noi le colpevolizzavamo tantissimo, facendo sentire i genitori inadeguati e negativi.

Ha detto che i bambini sono stati i suoi maestri…
Per me sono fonte di idee, di guida… soprattutto all’interno della terapia familiare, ma anche nell’insegnamento. Purtroppo ascoltare i bambini è considerata una forma di marginalità culturale, quasi fossero minoranze etniche. Il bambino dà fastidio se parla, perciò non lo si fa parlare mai; per proteggerlo gli si tappa la bocca. Nella realtà siamo abituati a parlare del bambino, non “con” il bambino. Per me ascoltarlo è stata una grande lezione. Whitaker diceva che quando un bambino parla bisognerebbe sempre avere il registratore pronto, perché dopo cinque minuti non ti ricordi più le sue parole.
Tempo fa abbiamo curato una serie televisiva che si chiamava I perché dei bambini. Prima abbiamo chiesto ai nostri studenti – adulti – di ipotizzare un po’ di domande che avrebbero potuto fare dei bambini. Una fatica pazzesca… Poi abbiamo messo insieme una ventina di bambini di tutte le età, dai tre ai dodici anni e ne sono uscite un’infinità, per esempio: «Perché i pesci non hanno le gambe?» e molte altre che non ricordo.
Per questo aspetto ho ulteriormente valorizzato i bambini.

Anche come esperti di relazione?
Io penso che siano addirittura pensatori sistemici autodidatti. Un bambino è la sintesi di due individui ed è già di per sé un’entità sistemica, che sa come muoversi all’interno del triangolo genitori-figlio. Per esempio ho notato che i bambini – se non li manipoliamo troppo – hanno un senso di giustizia sistemica fantastico, perché anche riguardo al peggior genitore sanno trovare delle dimensioni costruttive. Provate invece a chiedere a un adulto cosa pensa del coniuge, della suocera e di suo fratello… escono spesso critiche e la visione è parziale e unilaterale.

Cosa intende per manipolazione del bambino?
Ciò che normalmente si definisce abuso affettivo.
Noi siamo una società basata su quello che si vede, si tocca e si fa e non certamente su quello che realmente pesa… Oggi, ad esempio, i figli non vengono più picchiati, ma subiscono una serie di terribili soprusi in termini affettivi. Non gli diamo uno scappellotto ma gli diamo botte da orbi sotto altri aspetti. L’apparenza però è pulita: una forma di ipocrisia sociale.
L’abuso affettivo si determina tutte le volte che un bambino viene eccessivamente responsabilizzato, quando viene chiamato a immedesimarsi in parti che l’adulto non svolge perché immaturo. Ad esempio quando viene plagiato da un genitore contro l’altro, cosa che accade spesso, perché le “migliori” lotte si fanno attraverso i figli. Credo che questa sia la cosa più dura, perché un bambino abusato in questo modo fatica a ritrovare il senso di equilibrio relazionale, cioè a rapportarsi con i genitori in modo equilibrato.
Sono abusi che sul corpo non si vedono, il bambino li porta dentro.
Lei parla sempre di psicologia relazionale e del grave errore di osservare un bambino staccandolo dalle connessioni familiari o affettive. Perché? Un bambino non può avere problematiche personali?
Certo. È naturale che il bambino abbia problematiche personali, ma l’errore è che ne diventi depositario un tecnico e che i genitori vengano esclusi da questo processo di conoscenza. Credo che questo genere di trattamenti infantili sia criminale, perché il danno che ne deriva al bambino è molto grave.
Purtroppo noi abbiamo inventato la psicoanalisi infantile. In verità le premesse erano positive. Bollea per primo ha posto l’accento sui bisogni del bambino e ha costruito questa attenzione – in un’Italia da sempre disinteressata a questi problemi – sul bambino, sino ad allora oggetto dei più incredibili abusi. L’errore più grave, secondo me, è stato quello di creare “tecnici dei bambini” invece di “tecnici delle famiglie”. Il tecnico dei bambini, cioè lo psicoterapeuta infantile, è il maggior nemico della famiglia perché la esclude.
In casi particolari di abuso, di abbandono, di incapacità intellettuale, di ritardi, di psicosi, in tante situazioni in cui i genitori sono carenti, si può pensare che un tecnico possa dare aiuto, ma nella stragrande maggioranza dei casi l’aiuto migliore che può dare uno di noi è quello di ricreare i ponti tra il bambino e i genitori, non di escluderli mettendosi al loro posto. Io ritengo che questo sia danno che si aggiunge a danno: i bambini vengono da noi perché hanno dei problemi e il fatto che vengano aggiustati, riparati da noi esperti, costituisce ulteriore deresponsabilizzazione e frustrazione dei membri della famiglia. In questo io sono molto radicale: il peggior genitore è migliore del migliore terapeuta. Non lo dico perché è un teorema, ma perché l’ho vissuto nella pratica: non esiste un peggior genitore che sia peggiore e basta.
Per non parlare di come vengono colpevolizzati i padri, per il fatto che sembra che sette su dieci dopo la separazione si disinteressino dei figli. Ma in una visione sistemica non ci si può fermare a dire soltanto che la madre è tanto responsabile e il padre è tanto irresponsabile. Si deve vedere il rapporto tra i due. Ci dobbiamo chiedere quanto l’iper-responsabilità materna faciliti lo sgancio paterno o quanto i nostri sistemi di intervento favoriscano questa condizione. Non è infatti infrequente che l’operatore si sostituisca a un membro della famiglia, nell’intento di colmarne aspetti carenti.
Lei parlava di diversi linguaggi, di imparare a comprenderli, a decodificarli, a metterli in comunicazione. Di partire dall’ascolto e anche dalla comprensione.
Oltre all’ascolto è importante il modo in cui si risponde a un bambino: è vero che l’ascolto è importante, ma come gli parli? Abbiamo fatto delle ricerche in cui viene fuori che il tempo medio di gioco di un genitore con un bambino è di quattro minuti al giorno. E se pensiamo che molto del gioco è pedagogico, educativo, i minuti si riducono ulteriormente, perché tanti genitori giocano con i figli per passare delle regole. Molti adulti non sanno come è costruito il gioco, cosa vuol dire giocare, non ce l’hanno dentro. Ma si può imparare, il gioco, si apprende dal bambino, bisogna avere un po’ di tempo e la capacità di mettersi a fare il bambino…
Comunicazione è anche questo: conoscere e usare il linguaggio opportuno. Il linguaggio del bambino è ludico, mentre quello di un adolescente è quasi costantemente una sfida, una provocazione. Con l’adolescente bisogna trovare una via di confidenza, di complicità, di dialogo indiretto… certo non lo puoi mettere davanti a te e chiedergli come sta, lui non te lo dirà mai. Gli adulti dovrebbero cercare di adeguare il loro linguaggio a quello dei loro interlocutori.
Per non parlare poi della comprensione più difficile, il maschile e il femminile… Il più delle volte si cerca di portare l’altro nel proprio linguaggio, si dice «lui (o lei) non mi capisce mai, non mi ascolta», il che è vero. Ma quando vai in un paese straniero non puoi parlare in italiano, perché non ti capiscono, devi parlare la lingua locale, devi studiarla…
Così, nella relazione maschile-femminile, i linguaggi si possono imparare cogliendone alcuni aspetti oppure chiedendo, facendosi spiegare il senso di tante cose… Alla fine si impara, se però anche l’altro ha la stessa curiosità. Quando invece nelle coppie ci sono dei ruoli subalterni, cosa che avviene spessissimo e il maschile è dominante oppure la donna è accentratrice, uno dei due deve seguire l’altro e ci sono mille occasioni di prevaricazione. In questi casi non si può imparare questo linguaggio, perché non lo si vuole nemmeno ascoltare.
Noi viviamo un grave dramma, quello che i terapeuti, soprattutto quelli familiari, sono tutte donne. Allora, come si fanno a comprendere i linguaggi di due mondi diversi se è tutto al femminile?

Per finire: un consiglio ai genitori.
Il pediatra di mio figlio mi diceva: segui il bambino. Se non è un problema grave lui sa indicarti come muoverti. Consiglio alle madri di seguire i bambini.

E ai papà?
Ai papà consiglio di fare una rivoluzione. Di fare il neo maschilismo, di trovare un modo loro di fare i genitori, non di essere assenti o di imitare le mamme. Perché non ci riusciranno mai.


Ultima modifica di lorenza il Mer Ott 24, 2012 9:59 pm, modificato 1 volta (Motivazione : copiato cose in più)
avatar
lorenza

Numero di messaggi : 425
Località : Genova
Data d'iscrizione : 09.09.11

Tornare in alto Andare in basso

Re: Articolo interessante

Messaggio Da greta il Gio Ott 25, 2012 5:56 pm

study
interessante...
e anche il fatto del giocare con loro...a volte ci penso e mi dico che dovrei occuparmi un po' meno delle faccende domestice e giocare con lui, approfittare del fatto che ancora mi stà così addosso...poi tra qualche anno quando a malapena mi rivolgerà la parola afro rimpiangero i giorni in cui non potevo avere due minuti tutti per me...

greta

Numero di messaggi : 2774
Località : roma
Data d'iscrizione : 06.02.09

Tornare in alto Andare in basso

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Tornare in alto

- Argomenti simili

 
Permessi di questa sezione del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum